Quando si progetta o si gestisce un capannone industriale capita quasi sempre di doversi porre una domanda pratica: in che modo è possibile lavorare in sicurezza su una copertura in lamiera?
Sono superfici ampie, di frequente inclinate ed esposte al vento, e talvolta più fragili di quanto lascino intuire. Una caduta da oltre due metri, lì sopra, ha conseguenze serie.
Di seguito, proviamo a mettere ordine tra alcune informazioni utili: come sono fatte le lamiere di copertura, quali rischi comportano e quali sistemi anticaduta si adattano meglio a questo tipo di manto.
Non è un sostituto della consulenza di un tecnico, ma un modo per arrivare più preparati alle domande giuste da porgli.
Le lamiere grecate: cosa sono e perché si usano
La lamiera grecata è un profilo metallico ondulato, ottenuto piegando fogli di acciaio (di solito zincato o preverniciato) fino a formare le nervature da cui prende il nome. Quelle ondulazioni non sono un dettaglio estetico: un foglio piano, senza di esse, risulterebbe troppo flessibile per coprire luci ampie.
Ne deriva una copertura leggera e al tempo stesso resistente, che scarica i carichi sull’orditura sottostante senza gravare eccessivamente sulla struttura.
Per un capannone questo si traduce in montaggi rapidi e costi più contenuti rispetto alle soluzioni tradizionali. Un ordine di grandezza aiuta a capirlo: una copertura in tegole pesa attorno ai 90 kg al metro quadro, mentre la corrispondente soluzione in lamiera si aggira sui 10.
Gli spessori, invece, cambiano parecchio, dai quattro decimi di millimetro fino a lamiere ben più robuste.
Ed è da qui che nasce un equivoco frequente, perché una lamiera capace di reggere pioggia, neve e vento non è necessariamente in grado di sostenere il peso di una persona che ci cammina sopra.
Perché camminare su una copertura non è mai banale
Buona parte degli incidenti gravi ha origine da una sottovalutazione, in genere legata all’idea che si tratti di un intervento di pochi minuti.
La superficie appare solida, continua, pulita, e chi sale tende a fidarsi dell’aspetto.
La ragione tecnica è però diversa: il manto è dimensionato per i carichi distribuiti, non per il carico concentrato di un piede.
Su lamiere sottili, in corrispondenza dei lucernari o su porzioni deteriorate dal tempo, il rischio di sfondamento diventa concreto.
Le condizioni ambientali fanno il resto, dal momento che basta la pioggia o la brina del mattino per rendere il piano scivoloso.
Va poi considerato un aspetto che spesso sfugge, e cioè che la fragilità di una copertura cresce con gli anni mentre all’occhio il tetto continua a sembrare quello del primo giorno.
L’aspetto, da solo, non dice granché: prima di salire conviene verificare lo stato reale del manto e la sua effettiva portanza.
Il quadro normativo per i lavori in quota
Su questo punto le regole sono precise. Il D.Lgs. 81/2008, il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, definisce “lavoro in quota” qualsiasi attività che esponga il lavoratore al rischio di caduta da un’altezza superiore ai due metri rispetto a un piano stabile, e la copertura di un capannone rientra sempre in questa categoria.
La norma stabilisce anche una gerarchia degli interventi. Vengono prima le protezioni collettive (parapetti, reti) che tutelano chiunque salga senza richiedere azioni individuali; solo quando queste non sono tecnicamente applicabili si passa alle protezioni individuali, i DPI, tra cui rientrano i dispositivi di ancoraggio.
Sul piano tecnico i riferimenti ricorrenti sono la UNI EN 795 e la UNI 11578, quest’ultima interamente italiana, che classificano i dispositivi di ancoraggio in cinque tipologie dalla A alla E; a esse si affianca la UNI 11560, dedicata alla scelta e all’installazione dei sistemi permanenti sulle coperture.
Un dettaglio pratico merita attenzione: in numerose Regioni la predisposizione di sistemi anticaduta è ormai una condizione per ottenere il titolo edilizio, con l’obbligo per il progettista di prevederli e di redigere l’elaborato tecnico della copertura.
La linea vita di tipo C, pensata per la lamiera
Tra le cinque classi, quella di tipo C è la più diffusa sulle coperture metalliche italiane. Si tratta di un sistema flessibile orizzontale, costituito da un cavo in acciaio inox teso tra due o più ancoraggi terminali, al quale l’operatore si collega tramite imbracatura e cordino.
Quando il sistema è progettato per le lamiere, il vantaggio è che può essere fissato direttamente sul manto grecato senza smontare la copertura.
In cantiere la differenza si sente, perché non servono rimozioni né rifacimenti dell’impermeabilizzazione e i tempi si accorciano.
Per un approfondimento su caratteristiche costruttive e criteri di installazione è disponibile una panoramica nella pagina dedicata alla linea vita flessibile di tipo C per lamiere grecate a norma e certificate.
Resta da considerare un aspetto che incide sulla sicurezza. In caso di caduta il cavo flessibile si tende e genera una freccia, cioè un abbassamento, per cui va calcolato il tirante d’aria, ovvero lo spazio libero sotto i piedi dell’operatore, in modo che il sistema arresti la caduta prima dell’impatto al suolo.
È proprio qui che si concentrano gli errori più comuni: un ancoraggio installato male, o fissato al solo manto anziché alla struttura portante, offre una protezione soltanto apparente, e in quota questo tipo di illusione è particolarmente rischioso.
Come orientarsi nella scelta
Al momento di valutare una soluzione, alcuni aspetti pesano più di altri.
Il primo è la portanza reale della copertura. Spessore e stato di conservazione della lamiera determinano se e come sia possibile ancorare il sistema, e una lamiera da quattro decimi richiede accorgimenti diversi rispetto a una più spessa.
Conta poi la certificazione del prodotto. Un dispositivo affidabile riporta la conformità alla UNI EN 795:2012 e alla UNI 11578, il numero massimo di operatori collegabili contemporaneamente e le prove di tenuta superate.
Non meno importante è il progetto di installazione firmato: l’ancoraggio deve agganciarsi all’orditura portante, non al semplice manto, e serve un tecnico che lo attesti.
Infine c’è la manutenzione programmata.
Una linea vita non va installata e poi dimenticata, perché fissaggi e cavo risentono dell’usura del tempo e degli agenti atmosferici, e vanno quindi ispezionati con regolarità.
Secondo i dati INAIL la caduta dall’alto resta tra le prime cause di infortunio mortale nei cantieri, un dato che riguarda persone reali, spesso salite su un tetto convinte di dover fare un lavoro rapido e senza conseguenze.
In definitiva la copertura di un capannone è un ambiente di lavoro a ogni effetto e andrebbe considerata tale fin dalla progettazione.
La scelta della lamiera è una parte del problema; l’altra la definisce un sistema anticaduta adeguato, certificato e installato correttamente, in grado di proteggere sia chi sale oggi sia chi salirà tra molti anni.
